POSH – RECENSIONE

Schermata-2014-08-21-alle-14.09.35Non scrivo da tempi remoti sul mio blog perchè oltre che la mancanza di tempo diciamo che non mi sentivo ispirata ed essendo a differenza degli altri miei impieghi una valvola di sfogo più che un mestiere diciamo che non ho sentito l’esigenza, ma oggi il sonno tarda ad arrivare e quindi visto che ho un bel po’ di pellicole da recensirvi inizio dall’ultima vista ovvero Posh.

Posh è un film ambientato in Inghilterra e precisamente ad Oxford dove vi è un club segreto il RIOT che accoglie i facoltosi rampolli inglesi che spiccano sia per lignaggio sia per intelletto, posh infatti significa snob.
Attenzione perchè adesso parto con la parte più spoilerosa quindi se non volete rovinarvi la visione non continuate!!
La vicenda ruota inizialmente su un piano temporale non vasto, ma comunque ampio e ci presenta le matricole di quell’anno e tramite un flashback anche l’occasione della fondazione del club. Al centro dell’attenzione sono soprattutto Miles e Alistair che sono i due nuovi candidati ad entrare nell’esclusivo club. Le due figure sono diametralmente opposte e questo è evidenziato da subito anche poichè entrambi seguono il medesimo corso, ma le loro opinioni divergono.
Di Alistair comprendiamo subito che è un debole vittima delle pressioni familiari da cui vorrebbe evadere, ma non al punto da perdere i benefici della sua posizione sociale. Nella cena al gran salone capiamo che è un disadattato della società o meglio della società proletaria.
Miles invece ha confidenza con le sue possibilità e con se stesso intraprende una storia d’amore con Lauren una giovane matricola che non ha le sue stesse possibilità economiche.
Tutto sembra banale quando vi una svolta decisiva per l’intero film avviene la cena di iniziazione annuale del club in un pub fuori zona e questa cena sarà il nucleo di tutta la vicenda. Durante il banchetto infatti non solo emergeranno le debolezze di ognuno adornate dalle dissolutezza, ma si giungerà ad un punto di rottura tramite un escalation di situazioni drammatiche. Si ha la persistente sensazione che la tragedia sia dietro l’angolo e la bravura è stata quella di tenere sempre lo spettatore in tensione e quando si arriva al punto di rottura si ha la sensazione che sia tutto perduto, ma con la consapevolezza che sia  di fronte a degli intoccabili della società.
Sul finale abbiamo un dolce amaro perchè abbiamo la sensazione che il male e l’ingiusto stiano per trionfare per poi ricrederci e infine ricadere nella convinzione precedente, ma consapevoli del compromesso a cui tutti – anche lo spettatore è sceso.
La regia è molto interessante e anche la trasposizione da opera teatrale a film è entusiasmante, perchè si ha un’impronta teatrale, ma non al punto da guastare i ritmi naturali della trasposizione filmica. Ciò che però un po’ manca al tutto è un pizzico di dinamismo.
Il cast che potrebbe sembrare banale e scelto solo per la prestanza fisica invece si è rivelato adeguato specialmente Sam Claflin a cui sono – a mio avviso- assegnate le scene di maggior intensità di tutta la pellicola. Max Irons non delude e Douglas Booth seppur scontato per quel ruolo lo veste bene.
Sicuramente questo film visto – come è successo a me- dopo grandi pellicole ( esempio in queste settimane ho visto tutti i film candidati agli Oscar) non è un gran capolavoro, ma l’analisi di una società ancora spaccata tra borghesia e nobiltà, tra chi conta su altri e chi si fa da sé è senza dubbio interessante e utile alla riflessione.

Voto 7

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