LE TRE PRIMAVERE- I PRIMI DIECI CAPITOLI

ALL’INTERNO DELL’ARTICOLO TROVATE TUTTI I CAPITOLI PUBBLICATI FINORA PIU’ DUE CAPITOLI INEDITI. SE LA STORIA VI PIACE O NO MI PIACEREBBE CHE LASCIASTE UN COMMENTO PER AIUTARMI A MIGLIORARE. GRAZIE 🙂

CAPITOLO I

Non è facile ambientarsi in un luogo che sembra fuori dal mondo, non è facile farlo quando ci sei nato e cresciuto figuriamoci quando lo scorso anno l’hai trascorso sorseggiando cappuccini o black coffee a Boston. Eppure avevo scelto io di lasciarmi dietro le spalle quella vita fantastica sulla carta, ma fatta di profonda solitudine e spazi immensi.

Mia madre era una donna da carriera, non era nata per essere madre, lei era nata per essere la persona più brillante in ufficio; la donna che riesce a risolvere la situazione nei momenti di panico generale e che riesce a piazzare un’opera d’arte a prezzi esorbitanti. Era brillante nel suo lavoro, magistralmente adatta alle spietate logiche di mercato eppure con quelsavoir faire che eludeva il più esperto imprenditore.

Tanta bravura nell’ambito lavorativo non era ricompensata nel tessuto familiare. Mio padre l’aveva abbandonata, come diceva sempre lei – abbandonata – quando io avevo solamente sei anni stanco di essere la seconda scelta o anche la terza dopo la mia nascita.

Io lo vedo sporadicamente negli ultimi anni. Le sue visite a scadenza mensile avevano smesso di essere regolari da quando avevo 14, in realtà erano passati solo 5 anni, ma a me sembrava di non conoscerlo più, o almeno che lui non conoscesse più me.

A 19 anni pensi che le cose sarebbero dovute andare diversamente o in realtà non ci pensi neanche. Tutti i miei amici li avevo lasciati a Firenze e io, seppur ero ritornato in Italia, avevo “deciso” di cambiare aria trasferendomi da mia nonna in Sicilia.

Quando vedi le immagini della Sicilia pensi alle lunghe giornate al mare, al sole e al buon mangiare, ma non mi avevano detto che il mare da certi paesi dista un’ora.

Un’ora non è molto, un’ora non è niente in confronto a tutto il tempo perso davanti a videogiochi o davanti ai libri  eppure quell’ora, quando devi decidere di percorrere da solo l’autostrada in una regione che non è la tua, è più lunga di mille inverni.

Al mare in Sicilia non vado mai ormai.

L’anno a Boston mi era costato così tanto, avevo perso fiducia nell’essere madre della donna che mi aveva cresciuto da sola da sempre, avevo perso anche l’anno scolastico. Non puoi trasferirti in America e pensare di andare a scuola, non almeno il primo anno che ti trasferisci.

Avevo giurato a mia madre che dopo il primo anno passato ad imparare la lingua avrei finito i miei studi e sarei andato in un qualche college delle vicinanze, qualcosa di modesto, ma che mi desse una qualifica; invece appena preso il diplomino alla scuola di lingua, frequentata per occupare le lunghe giornate di silenzio, avevo implorato mia madre di tornare in Italia.

La sua riluttanza era stata tale da essere tra le risate e una certa espressione di rabbia.

“ C’è chi sogna questa opportunità da sempre, i ragazzi scappano via dal nostro Paese e tu vuoi tornare? Io non capisco faccio tanto per te, ma sembra che tu non apprezzi nulla”- cinguettava senza neanche degnarmi di uno sguardo.

“Non è il mio posto,  mi sento sbagliato, inadeguato … solo. Non so come spiegartelo, ma ho un disperato bisogno che tu mi faccia ritornare a Firenze. Potrei andare da papà se non vuoi che viva da solo”

“Firenze? Papà? Quell’uomo ti ha abbandonato ancora prima che finissi la scuola materna e adesso vuoi andare a vivere con lui? Da solo non è un’opzione. Se  il tuo desiderio è così forte potremmo chiedere alla nonna di ospitarti.”

“In Sicilia?” – dissi con un sguardo di sdegno .

“In Sicilia” – ribadì mia madre.

“ Ma non conosco nessuno, qualche estate nella casa a mare della nonna non vuol dire che io sappia ambientarmi”.

“Hai 18 anni sarebbe drammatico se non ci riuscissi, conoscendo la lingua saprai farti nuovi amici.”

Non aveva accettato nessun altro tipo di compromesso. Inutile parlare con Pierluigi, mio amico d’infanzia, per chiedergli ospitalità, inutile farla parlare con papà,  se fossi voluto tornare in Italia l’unica soluzione era trasferirmi da mia nonna.

Poco male mi dissi, sarebbe stato un anno solo e poi le avrei chiesto di proseguire gli studi magari a Roma o a Pisa e sarei tornato alla mia vecchia routine, sarei tornato dai miei vecchi amici. Era passato un anno a Boston nella solitudine di quella casa dalle mura di vetro, sarebbe volato un anno nella terra dove il sole non smette mai di riscaldare gli animi.

CAPITOLO II

Il sole penetrava dalla finestra. Il calore che emanava non era piacevole, non lo era mai d’estate. Sentivo caldo e cambiare il lato del cuscino ogni cinque minuti non era più la soluzione. Una zanzara continuava a ronzarmi attorno senza sosta e io cercavo di addormentarmi per non pensarci, ma al suo ronzio sussultavo.

Esasperata scesi dal letto. Avevo cercato di resistere il più allungo possibile tra le lenzuola, per cercare di sfuggire alla noia della giornata che mi sarebbe aspettata. Non erano ancora neanche le nove e il mio tentativo era stato vano.

Il campeggio estivo si era concluso da neanche una settimana e io ero ritornata in quel luogo sperduto, circondata dal nulla e senza neanche possibilità di evadere. Era la mia prigione.

I miei amici erano ancora tutti in vacanza e le mie compagne di scuola vivevano nel paese vicino. Solo quindici minuti di strada ci separavano, ma quando non hai la patente possono essere anche chilometri insormontabili. La patente, diciotto anni non vedevo l’ora!

Avevo provato ad organizzarmi con il pullman, ma l’ultimo per il ritorno era alle cinque di pomeriggio, troppo presto persino per una passeggiata in centro.

Settembre era alle porte però e questo mi consolava, sarebbe riiniziata la scuola con i suoi soliti ritmi. La prima settimana avrei pensato di aver dimenticato come si studia e poi invece piano piano tutto sarebbe tornato alla normalità con la fermata dell’autobus, le lezioni, i compiti. Sempre io con le mie abitudini che mai vorrei fossero sconvolte.

Mi stavo guardando allo specchio una macchiolina un po’ più scura sul braccio, una semplice macchia solare o uno sbaglio dell’abbronzatura. Non ero magra, non lo sono mai stata, in quello specchio vedevo un corpo nella norma, non troppo perfetto da attirare gli sguardi né troppo in carne da suscitare ugualmente le attenzioni.

Io ero nella norma.

“Vieni ad aiutarmi a stendere i panni” urla mia madre dalla cucina.

“Un attimo arrivo sto facendo una cosa importante”- non era vero.

Mia madre era una donna di altri tempi, con valori che, seppur dovrebbero essere intramontabili , erano scomparsi da tempo. Credeva nella famiglia, credeva nell’amore verso i figli, quell’amore sconfinato per la propria storia d’amore che le dava la forza di sopportare i drammi che ogni giorno le si presentavano.

Avrebbe voluto molti figli, almeno 4, diceva sempre e in realtà aveva avuto solo me.

“I figli li manda il Signore, sono una responsabilità .” – ripeteva.

Si aggrappava con tutta se stessa a quella frase, come per giustificare che non avrebbe potuto mai reggere un peso più grande di quello assegnatole. In realtà non erano semplicemente venuti.

Quando rimase incinta di me le sembrò un miracolo, per quattro anni con mio padre avevano provato ad avere figli, ma nulla. Avevano consultato degli specialisti, ma nessuno aveva saputo individuare il problema. Nel silenzio di una casa troppo grande per due sole persone mio padre e mia madre stavano incominciando ad allontanarsi. Le pressioni che giungevano dagli altri certamente non li aiutavano.

Avere un figlio non era più un atto d’amore, per la gente che li circondava, era una missione.

Mia madre riuscì a completarla in effetti e nacqui io e le cose con papà tornarono normali. Per nove mesi non vide altro che un letto, non visse che nel terrore che durante la notte io l’abbandonassi. Non successe, non successe mai fino a quando mi tenne nel suo grembo.

La paura di perdermi non l’abbandonò, una madre apprensiva e presente in tutte le fasi della mia vita. Non di meno fu la moglie perfetta, camicie stirate alla perfezione, pranzetti squisiti e per quello che una figlia può vedere tra i sorrisi di un padre, una moglie sempre desiderabile.

Ero stata fortunata.

“Allora quanto ti serve per fare questa cosa importante”

“Arrivo ma’ ”.

Quando ero piccola aiutavo molto di più in casa, ma adesso il tedio vinceva sulla voglia di fare qualsiasi cosa. Avrei passato giornate intere leggendo libri o guardando vecchi film in bianco e nero, amavo le vecchie storie.

Faceva troppo caldo anche per pensare, ma non per me e mentre raccoglievo i panni sul terrazzo insieme a mia madre la mia testa viaggiava oltre le colline che si vedevano da lontano.

Sarei scappata dalla Sicilia, sarei scappata da quel paese che mi stava tanto stretto e sarei volata lontano, magari in America, non mi sarei mai fermata.

CAPITOLO III

“Che scuola facevi a Firenze?”- si sforza di dire con un accento più italianizzato possibile.

“ Lo scientifico”

“La scuola della matematica?”

“Si nonna” – risposi, avrei voluto aggiungere che non si studiava solo matematica, ma mia nonna amava le sue certezze.

Ero arrivato in Sicilia da una settimana per ambientarmi nel paese di origine di mia madre. Il paese si trovava nell’entroterra della Sicilia circondato da un sacco di verde e posti immersi in un alone di antico.

Non avevo amato l’idea di non poter ritornare a Firenze, ma quell’aria mi piaceva molto di più di quello che avevo pensato. Mia nonna mi voleva veramente bene e mi trattava come un principe, mi rimboccava perfino le coperte, un lusso dei bambini, ma che per lei meritavo ancora e che avrei meritato per sempre.

“Nonna devo andarmi a iscrivere a scuola oggi, sai come devo fare?” – dissi alzando un po’ la voce per farmi sentire.

Non avevo ancora deciso se valesse la pena continuare il mio percorso precedente, ma poi deciso a non sconvolgere la mia vita in maniera ancora più radicale decisi di completare la “scuola della matematica”.

“ No gioia bella della nonna. Chi me lo deve dire a me” – con quell’accento finemente meridionale.

“Non ti preoccupare vedrò di prendere il pullman e andare direttamente a scuola”

“ Si ma fai attenzione e non ritardare che oggi ti voglio preparare gli arancini”

“ Nonna ma non c’è bisogno”

“Non ti preoccupare a nonna mi fa piacere” – disse in maniera irremovibile, a pranzo avrei trovato arancini.

Guardando mia nonna con il suo grembiule ormai logoro, ma inseparabile che si allontanava verso la cucina mi chiedevo come potesse essere che mia madre non aveva appreso nulla da quella donna. Non amava cucinare, non amava prestare attenzioni alle persone che la circondavano, per lei solo lavoro.

Perfino dopo la rottura con papà non aveva avuto molti uomini. Uno solo aveva ritenuto così importante da presentarmelo. Alberto si chiamava, aveva qualche anno in più di lei, alto, moro e per quello che ricordo aveva la faccia simpatica. Lo vidi solo un paio di volte e poi scomparve dalla mia vita.

“ Non voglio che pensi che io ti abbia trovato un sostituto papà” – disse dopo che le chiesi se ad Alberto sarebbe piaciuto venire alla mia partita di calcio – “ penso che sia più adeguato che tu non lo veda più”

Per quel che ne so sono ancora amanti.

Mia madre era fuggita da tutto quello in cui io ero tornato. Non riuscivo a capirla, come sempre del resto. Quel piccolo mondo era fuori dal vortice dei ritmi della città, era una perla, qualcosa che andava conservato nel cuore e non fuggito.

“ A nonna” – mi interrompe dai miei pensieri la voce della nonna dalla cucina- “ stavo pensando che la figlia del vicino di casa va alla scuola dell’italiano che è la stessa dove ti devi iscrivere tu, puoi chiedere a lei informazioni”

“Ma non la conosco”

“ E vabbè nel paese ci conosciamo tutti, ci chiamo io e ricordati a nonna che testa che non parla si chiama cucuzza”

Scoppio a ridere e la voglia di abbracciare mia nonna è più forte della personalità da duro che nell’adolescenza mi ero imposto. Mia nonna sa di olio di semi e di lavanda, mia nonna odora di casa.

CAPITOLO IV
Dring, dring squilla il telefono. Ma nessun movimento giunge dalle stanze circostanti.
Il telefono continua ad incalzare e il rumore mi infastidisce a tal punto da decidermi ad alzare la cornetta.
E’ la Signora Rita, un’anziana signora che abita nella casa all’angolo della strada. Una signora che ispira simpatia, forse perché sempre sola nella monotonia di una casa che invecchiata con lei. Ha avuto una sola figlia che per motivi lavorativi ha lasciato il paese. Un po’ come tutti del resto o decidi di vivere in una gabbia dorata oppure corri e scappi dagli schemi mentali, dalle tradizioni del paese, anche dal semplice sapere chi incontri per strada e poi quando torni come per magia come se ti avessero azzerato la memoria, come se avessi perduto negli anni i ricordi del senso di oppressione che una terra- madre può darti, torni e inneggi alla vita facile, alla semplicità delle persone, al buon cibo e allo stare in vacanza per la maggior parte dell’anno cosa che donne e uomini di città non si sognano neanche lontanamente.
Mi sorprende come la mia mente viaggi secondo queste sequenze rapide mentre dall’altra parte la Signora Rita cerca di spiegarmi le ragioni della sua chiamata.
-“Cara vuliva parla con tia”-
“Scusi” dico incerta distratta dai miei pensieri e da un dialetto che mi vergogno ad ammettere io stessa ormai non capisco più-
– “Volevo parlare con te”- ribadisce nell’italiano migliore che le viene
“Mi dica” dico nel modo più gentile possibile sia per rimediare alla mia distrazione celata sia per averle fatto ripetere la frase.
“Mio nipote, il figlio di mia figlia, si è trasferito qui per quest’anno per completare la scuola”
“Si Signora Rita, va al classico ha bisogno dei libri prestati?” chiedo nel mio modo insopportabile di colei che non fa completare le frasi alla gente che li sta davanti.
“No, no è più grande deve fare l’ultimo anno, ma lui studia matematica”
“Ah fa lo scientifico?!”
“Si esatto, volevo sapere se potevi accompagnarlo ad iscriversi”
I pensieri le passano veloci per la mente, sua madre non sarebbe mai stata d’accordo, andare con uno sconosciuto di sesso maschile da sola in giro in un altro paese seppur distante di pochi chilometri era una cosa sconveniente, chissà cosa la gente avrebbe potuto pensare e che voci sul suo conto sarebbero sorte, ma del resto le sembrava brutto dire un no secco a quella vecchietta così carina che non voleva altro che aiutare suo nipote e non appiopparle uno spasimante, magari futuro marito. L’unica cosa che le venne in mente fu di temporeggiare e quindi disse con voce gentile: -“ In realtà non so se posso domani avevo altri impegni, ma nei prossimi giorni sono libera la chiamo io per metterci d’accordo”.
“Ok a presto, saluta la mamma” la risposta della Signora Rita, molto più fredda dell’inizio della chiamata, sicuramente aveva letto nelle titubanze della sua voce la sua bugia, oppure il suo tono non era affatto cambiato e i sensi di colpa della sua recente menzogna l’avevano condotta a quei pensieri.
Al rientro dalle commissioni comunica a sua madre la telefonata della vicina di casa e la richiesta gentile dell’anziana signora, sperando che nel sottolineare la gentilezza dovesse trovare altre scuse per rifiutare l’invito della signora ad accompagnare il nipote a scuola. Non le importava l’aspetto del ragazzo e non aveva cominciato a fantasticare su di lui, quello che le importava era non deludere quella donna che per tanti anni era stata sola e ora cercava come meglio poteva di essere d’aiuto ad una generazione troppo lontana da lei per capirla fino in fondo. Si ripeteva nella sua testa che se avesse vissuto in un’altra epoca se non fosse stato il 1997 tutto questo sarebbe stato semplice, sarebbe stato nella norma.

Sua madre ebbe la reazione che si era immaginata; la sua fu un’opposizione quasi serrata, ma le motivazioni che decise di esporle la ammorbidirono al punto di concederle di portarlo a scuola se con lei fosse venuta un’altra amica e questo per lei era una conquista.

CAPITOLO V
Ero andato a fare un giro nei dintorni, quel borgo era quasi concentrico ed era difficile perdersi anche se il senso dell’orientamento mi avesse abbandonato all’istante.
Avevo comprato dei panini con l’intento di portarli a casa, ma quel pane aveva un altro sapore era soffice e profumato e così invitante che dopo essermi ripromesso di assaggiarne uno solo mi ero ritrovato a divorali tutti e il pensiero di ricomprarli non mi aveva sfiorato, perchè avrei trovato imbarazzante tornare nello stesso panificio a fare il medesimo acquisto e cambiare panificio non era un’idea fattibile perchè se i panini non fossero stati all’altezza mi sarei sentito fregato da quell’acquisto, se lo fossero stati la mia felicità per aver scoperto un qualcosa di squisito sarebbe svanita.
In tanto avevo fantasticato così tanto su dei semplici panini che mi ero ritrovato davanti casa senza rendermene conto, con mia nonna affacciata al balcone della cucina che mi fissava chiedendosi perchè non suonassi il campanello o non aprissi con le chiavi che mi aveva dato la mattina stessa.
Accortomi di quella situazione di stallo in maniera quasi goffa prendo le chiavi di tasca e cerco di capire quale possa essere la chiave del portone principale, mi indirizzo verso quella più grande e provo ad inserirla, ma il mio intuito non era stato dei migliori. Fortunatamente il mazzo contava solamente tre chiavi e al secondo tentativo faccio bingo.

“Tesoro ho parlato con la ragazza che abita qui vicino” -ormai aveva rinunciato a qualsiasi forma di dialettalismo quando si rivolgeva a me- “e mi ha detto che mi farà sapere in questi giorni se potrà accompagnarti a scuola”
Nel frattempo la mia mente si era raffigurata questa ragazza di cui non conoscevo neanche il nome, ma che aveva già un corpo e un volto.

Era sicuramente riccia con gli occhi scuri e la pelle ambrata, la bocca larga e bassina- mi sembrava già di conoscerla.
Mia nonna intanto aveva recitato un poema che mi ero perso per l’ennesima fantasia che entrava nella mia mente. Non mi restava che fare un cenno col capo e sperare che quella ragazza che abitava pochi passi da me richiamasse per dare conferma che mi avrebbe accompagnato a scuola e mi avrebbe aiutato ad inserirmi in quella realtà così diversa.

Mi ero quasi innamorato di quella figura che ancora non avevo visto, o semplicemente mi ero invaghito dell’idea di stare bene in un posto e farmi nuove amicizie. Boston, Firenze non mi mancavano perchè quel silenzio assordante di un paesino sperduto della Sicilia era quello che serviva a un cuore frantumato ad un ragazzo che non aveva capito di essere amato.

CAPITOLO VI
Il pensiero di quel nuovo ragazzo non mi aveva abbandonata per tutto il giorno, chi era, cosa ci faceva qui, cosa ne era stato dei suoi genitori, che aspetto aveva. Avevo provato più e più volte ad immaginarmelo, ma non c’era riuscita- sapeva troppo poco- , ma quella telefonata nella monotonia di quel paese era ciò di cui aveva bisogno.
Con la mente pensò a tutte le sue amiche per sceglierne una a cui chiedere il favore di fare da chaperone, ci pensava e ripensava e l’unica adatta a questo compito le sembrò Isabella. Non troppo bella da rubarla la scena né troppo irrispettosa da rendere partecipe tutto il paese di quella gita “fuori dagli schemi” per molti.
Convinta della mia scelta presi l’agenda sotto il primo cassetto del comodino, in quel reparto nascosto dove tenevo anche il mio diario della medesima fantasia dell’agenda che per me era un tesoro, non solo perchè conteneva tutti i miei pensieri, ma perchè quel pacchetto me l’aveva regalato Carlo, il figlio della macellaia che da qualche tempo mi aveva dedicato delle gentilezze che non mi lasciavano indifferente.
Compose il numero su quel telefono così moderno da non avere solamente in pulsanti, ma anche un designer da urlo. Era trasparente e si vedevano i meccanismi del telefono e poi assomigliava ai telefoni delle serie americane che tanto le piacevano.
“Pronto” – risponde proprio Isabella
“Ehi Isa come va? Sono …”
“Tesoro, ma che pensi non ti riconosca? Come è andato il campeggio o quella cosa che hai fatto?”
“Bene, bene mi sono divertita, peccato che il tempo sia volato”
“Non sai che è successo in paese? Carlo il figlio della macellaia si è messo con Giovanna”
Mi colse un brivido, mi mancò il respiro all’improvviso, ma cercai di celarlo il più possibile.
“Davvero? Mizzica manchi qualche settimana e l’amore fiorisce”
Una risata fragorosa giunse dall’altro capo del telefono.
“Sempre la solita” commentò – “qui tutti a parlarne male e tu a trovare il lato divertente della situazione”
“Parlarne male, perchè?”
“Era risaputo tra gli amici di lui che avesse un interesse per un’altra ragazza, ma non hanno voluto specificare chi, ma il corteggiamento di Giovanna è stato veramente estenuante da farlo cedere e dopo appena un bacio lei è andata da tutti a dire che stavano insieme. E lo conosci Carlo? Dopo non ha saputo tirarsene fuori”
Misto di rabbia e delusione che ancora mi scorrevano mi fecero rispondere con un insolito tono aspro.
“Evidentemente non aveva molta voglia di tirarsene fuori, mica gli ha puntato una pistola alla tempia” – freddai la conversazione.
Per riprendermi da quella uscita infelice che sembrava addossare a Isa la colpa di quella situazione.
“Parliamo di altro e di quello per cui ti avevo chiamata” – ripresi
“ Si certo” rispose squittendo
“ La signora Bellarmina che abita vicino casa mia, mi ha chiesto se potessi accompagnare il nipote che viene da fuori a visitare la scuola dove andrà per il suo ultimo anno”
“E come è?  Bello?”
“Non lo so non l’ho mai visto, ma ho scoperto che viene dall’America e li sono tutti belli
“Sarà la copia di Bradon”
Risero al pensiero di quel ragazzo che doveva essere normalissimo, ma che loro avevano idealizzato.
“Comunque tornando serie” riprese Isa “ penso che non ci siano problemi mercoledì ci vediamo ai portici?”
“Perfetto farò in modo di avvisarlo”
“E cerca di scoprire qualcosa in più in questi tre giorni”
“Ci proverò” e si concluse la conversazione.
Tutta contenta del mio piccolo trionfo andai di corsa in cucina per avvisare mia madre e ottenere il consenso definitivo. Non ne era entusiasta, l’idea di me che in un periodo fuori da quello scolastico andassi in un altro paese non l’entusiasmava per nulla, ma non poteva spezzare la promessa fatami.
“Ci pensi tu ad avvisare la signora Bellarmina?” chiesi con tono beffardo.

CAPITOLO VII
Il telefono aveva squillato  tre volte in quel giorno, ma in nessuno dei tre casi era stata la vicina a chiamare.
Avevo letto l’ultimo numero di Topolino, aiutato la nonna con le piante, fatto un giro in bici, ma il tempo quel giorno andava più lento del solito e l’ansia si mescolava all’adrenalina di quella mancata telefonata e di quella sconosciuta risposta.
Mi ero immaginato quella ragazza, di cui non conoscevo il volto, in tutti i modi possibili e alla fine avevo deciso che caratteristiche darle nella mia mente. Non era alta e per questo sembrava camminare sempre in punta di piedi, aveva sicuramente i capelli castano scuro, forse neri, in un mare di ricci e gli occhi neri in cui perdersi profondamente . Profumava di mandarini e limoni e non sorrideva spesso influenzata negli umori dal tempo, ma sapeva ballare in maniera sublime, soprattutto il valzer.
Doveva essere così, doveva essere quell’immagine nella mia mente bella e meridionale, calda e avvolgente come la terra che mi stava ospitando lontano da quella città frenetica e lontano da quella madre che non sapeva dire ti voglio bene.
Si sarebbero innamorati sicuramente perchè nei film succedeva sempre così e quella vita così serena, quel luogo che lo faceva sentire così in pace con se stesso non poteva essere la realtà doveva essere una grande pellicola che avrebbe avuto la sua distribuzione nei cinema di tutto il mondo.
“Drin, Drin” interruppe il mio fantasticare la nonna.
“Nonna sei diventata un telefono?” le dissi cingendola forte a se, quello scricciolo di donna che aveva la sua storia impressa tra le rughe della pelle.
“Beddu ma niputi, no caro volevo solo informarti che ha chiamato la madre della ragazza di cui ti avevo parlato e ha detto che andrebbe bene per lei andare mercoledì “.
“Sarebbe perfetto in effetti” dissi tutto elettrizzato.
“Perfetto allora ai portici troverai la ragazza e ti guiderai lei”.
“Ti voglio bene nonna” le diedi un bacio e senza motivo saltellando tornai in camera mia ascoltando Ti amo di Umberto Tozzi a ripetizione. Mi sentivo un po’ idiota e un po’ sensitivo, ma ero sicuro che sarebbe stata una giornata diversa, una giornata di cambiamento.

CAPITOLO VIII

Tre giorni non volano mai quando aspetti qualcosa e quando quel giorno arriva l’attesa ti è sembrata troppo dolorosa da farti perdere il piacere di quel momento. Eppure quei tre giorni per me erano volati tra le commissioni da svolgere a casa, i preparativi per la scuola e il mio fantasticare su quel misterioso e sicuramente affascinante ragazzo americano mi avevano fatto compagnia al punto da dimenticare perfino Carlo e la ferita che mi aveva inferto nell’avermi trattata come un oggetto usa e getta, volevo essere una ragazza indipendente e che si staccava da quella mentalità di paese e credere che un semplice bacio non fosse nulla di significativo, specialmente quando era stato un innocuo bacio a stampo dato per sbaglio.
Ero forte, sicura e fiera e sicuramente non era le attenzioni di un ragazzo a farmi sentire così non sarebbe stato Carlo a darmi quello che cercavo e neanche il misterioso americano di cui solo ora dopo giorni di fantasie mi rendevo conto di non conoscere per nulla al punto da ignorare il nome.
Nella mia mente si era sempre chiamato Sebastian e la sua chioma bionda splendeva come grano, ma sapeva freddarti con i suoi occhi azzurri e le sue labbra suadenti. Doveva essere così bello da toglierti il fiato.
Stavo per esercitare le mie abilità di baciatrice con il cuscino quando mia madre mi annuncia la visita di Isabella. Subito mi prende un nodo alla gola e la paura che si possa essere pentita di quella gita mi paralizza quasi gli arti, avevo sognato quel giorno così tanto che a poche ore dalla partenza il pensiero che tutto falissi mi avrebbe strazziato.
“Isa” l’accolgo con un tono neutrale che non lasci evincere la mia preoccupazione, anche se il suo nome esce in maniera sibillina non proprio come avrei voluto.
“Tesoro” replica lei in tutta tranquillità “pronta a vedere il bell’americano?”.
Sembra quasi che possa rilassarmi al pensiero che non abbia detto che non venga e che lo vedremmo, ma non ci riesco del tutto e affogo ancora nella paura.
“Allora tutto confermato?” le chiedo con foga, ho bisogno di sapere se i miei progetti stanno per andare in fumo.
“Ovvio che si” sorride “Ho sempre voluto un marito straniero che mi facesse viaggiare”.
Non ero stata l’unica a fantasticare e soprattutto Isabella aveva fatto volare sicuramente l’immaginazione più in la di me, ero quasi pentita di averla scelta, del resto era stata la mia prima scelta proprio perchè la consideravo innocua, ma se mi fossi sbagliata e mi avesse rubato la scena, sicuramente non volevo innamorarmi di quel ragazzo e nemmeno combinare un matrimoni, non sapevo nemmeno come si chiamasse, ma sicuramente avrei voluto che mi guardasse per prima. Il pensiero d ritrovarmi a fare la candela in quella situazione romantica tra Isa e l’americano mi aveva paralizzato il volto in un’espressione gioconda, ma ci pensò Isa a darmi una scossa con una fragorosa risata.
“Non ci avrai mica creduto” diceva senza riuscire a soffocare le risa.
“No, cioè, figurati anche se fosse” .
“Non potrebbe essere anche perchè non ho bisogno di un fidanzato”.
“No?!” mi uscì in un tono di grande sorpresa, cosa diamine era successo durante la mia assenza.
“No per nulla sciocchina, sono venuta qui per avvisarti proprio di questo. Io e Gaetano il cugino di Cappozzini usciamo insieme e verrà anche lui domani ai portici, ma mia madre non deve sapere nulla. Sarà una specie di appuntamento a quattro, non è bello?”.
Era bello? Non lo sapevo proprio in fin dei conti quel ragazzo non lo conoscevo e non avevo idea di quanto mi sarei potuta trovare bene con lui e di quanto si sarebbe potuto sentire in imbarazzo in una specie di appuntamento a quattro, ma ero sicuramente felice che Isabella non volesse infrangere tutte le fantasie che mi ero fatta in quei tre giorni.

CAPITOLO IX

Era arrivato il momento solo dieci minuti e avrei conosciuto quel ragazzo americano che tanto aveva occupato la mia mente in quei giorni, mi ero preparata nei minimi dettagli quello che avrei potuto dire come mi sarei potuta vestire per l’occasione le scarpe e la borsa nuova che faceva al caso per quella giornata diversa dalla monotonia dei giorni che mi circondavano. Ancora incredula che l’attesa stava per concludersi stavo stendendo un velo di rossetto sulle labbra per sbaglio mi sporco leggermente la guancia e la strofino e l’accarezzo per togliere la macchia immaginando che un giorno qualcuno mi accarezzerà il viso e mi farà sentire amata.


Avevo una sensazione allo stomaco strana come se qualcosa me lo perforasse roteando in continuazione, non avevo fame e mi sentivo ridicolo, insomma ho girato il mondo e adesso che mi trovavo in questo luogo quasi ai confini del nulla il conoscere nuova gente mi sembrava qualcosa di fantastico, come era possibile? La mia felpa azzurra mi avrebbe accompagnato in questa giornata la mettevo sempre quando mi sentivo indifeso, l’avevo messa quando ero partito da Firenze, quando mamma mi aveva proibito di fare una vacanza di un mese da papà, quando ero arrivato in aeroporto. Certo non era il massimo della moda e forse anche un po’ troppo pesante per il periodo, ma era l’abbraccio nei momenti difficili e conoscere qualcuno che indipendentemente da chi fosse non avevo mai visto, in una terra che non era mia con tradizioni che spesso non comprendevo, mi faceva senza dubbio sentire indifeso.

CAPITOLO X

Arrivo al luogo concordato puntuale come non lo ero stato mai in vita mia tanto da stupirmi di me stesso, erano le otto e un quarto, almeno così segnalava il vecchio orologio sopra la biglietteria, il pullman sarebbe arrivato non prima di mezzora e in quel momento non mi importava nulla dell’iscrizione a scuola o di memorizzare le vie di una piccola cittadina a un quarto d’ora di distanza, volevo vederla, volevo dare un volto alla mia immaginazione a costo di rimanerci male.

Poi da lontano vedo arrivare dalla salita che è alla sinistra della biglietteria una figura che man mano che sale si alza quasi non venisse da una strada, ma da un oceano. Vedo per primi una chioma di capelli lisci e neri come la pece poi una pelle olivastra scurita dall’estate che ha lasciato i segni, occhi grandi e neri la tipica ragazza mediterranea, molto vicino all’immagine che mi ero prefigurato, ma stranamente ne rimango deluso come se quell’alchimia che avevo sognato fosse svanita per sempre. Sono sul punto di ritornare a casa perchè il pensiero di trascorrere delle ore spiacevoli mi assale solo ora, ma poi mi viene in menta la nonna e quanto ci tenesse al fatto che io facessi nuove conoscenze e quindi mi faccio coraggio e le vado incontro e vedo il suo sorriso illuminarle il viso, forse in fondo mi divertirò e poi è bellissima non sarà sgradevole alla vista. Forte delle mie nuove convinzioni avanzo fino a ritrovarci difronte.

-Ciao piacere di conoscerti.

-Ciao tu devi essere il ragazzo americano.

-In realtà sono italiano, ma si piacere Oscar.

– Piacere mio Giovanna.

to be continued

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