CAPITOLO IV E CAPITOLO V

CAPITOLO IV
Dring, dring squilla il telefono. Ma nessun movimento giunge dalle stanze circostanti.
Il telefono continua ad incalzare e il rumore mi infastidisce a tal punto da decidermi ad alzare la cornetta.
E’ la Signora Rita, un’anziana signora che abita nella casa all’angolo della strada. Una signora che ispira simpatia, forse perché sempre sola nella monotonia di una casa che invecchiata con lei. Ha avuto una sola figlia che per motivi lavorativi ha lasciato il paese. Un po’ come tutti del resto o decidi di vivere in una gabbia dorata oppure corri e scappi dagli schemi mentali, dalle tradizioni del paese, anche dal semplice sapere chi incontri per strada e poi quando torni come per magia come se ti avessero azzerato la memoria, come se avessi perduto negli anni i ricordi del senso di oppressione che una terra- madre può darti, torni e inneggi alla vita facile, alla semplicità delle persone, al buon cibo e allo stare in vacanza per la maggior parte dell’anno cosa che donne e uomini di città non si sognano neanche lontanamente.
Mi sorprende come la mia mente viaggi secondo queste sequenze rapide mentre dall’altra parte la Signora Rita cerca di spiegarmi le ragioni della sua chiamata.
-“Cara vuliva parla con tia”-
“Scusi” dico incerta distratta dai miei pensieri e da un dialetto che mi vergogno ad ammettere io stessa ormai non capisco più-
– “Volevo parlare con te”- ribadisce nell’italiano migliore che le viene
“Mi dica” dico nel modo più gentile possibile sia per rimediare alla mia distrazione celata sia per averle fatto ripetere la frase.
“Mio nipote, il figlio di mia figlia, si è trasferito qui per quest’anno per completare la scuola”
“Si Signora Rita, va al classico ha bisogno dei libri prestati?” chiedo nel mio modo insopportabile di colei che non fa completare le frasi alla gente che li sta davanti.
“No, no è più grande deve fare l’ultimo anno, ma lui studia matematica”
“Ah fa lo scientifico?!”
“Si esatto, volevo sapere se potevi accompagnarlo ad iscriversi”
I pensieri le passano veloci per la mente, sua madre non sarebbe mai stata d’accordo, andare con uno sconosciuto di sesso maschile da sola in giro in un altro paese seppur distante di pochi chilometri era una cosa sconveniente, chissà cosa la gente avrebbe potuto pensare e che voci sul suo conto sarebbero sorte, ma del resto le sembrava brutto dire un no secco a quella vecchietta così carina che non voleva altro che aiutare suo nipote e non appiopparle uno spasimante, magari futuro marito. L’unica cosa che le venne in mente fu di temporeggiare e quindi disse con voce gentile: -“ In realtà non so se posso domani avevo altri impegni, ma nei prossimi giorni sono libera la chiamo io per metterci d’accordo”.
“Ok a presto, saluta la mamma” la risposta della Signora Rita, molto più fredda dell’inizio della chiamata, sicuramente aveva letto nelle titubanze della sua voce la sua bugia, oppure il suo tono non era affatto cambiato e i sensi di colpa della sua recente menzogna l’avevano condotta a quei pensieri.
Al rientro dalle commissioni comunica a sua madre la telefonata della vicina di casa e la richiesta gentile dell’anziana signora, sperando che nel sottolineare la gentilezza dovesse trovare altre scuse per rifiutare l’invito della signora ad accompagnare il nipote a scuola. Non le importava l’aspetto del ragazzo e non aveva cominciato a fantasticare su di lui, quello che le importava era non deludere quella donna che per tanti anni era stata sola e ora cercava come meglio poteva di essere d’aiuto ad una generazione troppo lontana da lei per capirla fino in fondo. Si ripeteva nella sua testa che se avesse vissuto in un’altra epoca se non fosse stato il 1997 tutto questo sarebbe stato semplice, sarebbe stato nella norma.

Sua madre ebbe la reazione che si era immaginata; la sua fu un’opposizione quasi serrata, ma le motivazioni che decise di esporle la ammorbidirono al punto di concederle di portarlo a scuola se con lei fosse venuta un’altra amica e questo per lei era una conquista.

CAPITOLO V
Ero andato a fare un giro nei dintorni, quel borgo era quasi concentrico ed era difficile perdersi anche se il senso dell’orientamento mi avesse abbandonato all’istante.
Avevo comprato dei panini con l’intento di portarli a casa, ma quel pane aveva un altro sapore era soffice e profumato e così invitante che dopo essermi ripromesso di assaggiarne uno solo mi ero ritrovato a divorali tutti e il pensiero di ricomprarli non mi aveva sfiorato, perchè avrei trovato imbarazzante tornare nello stesso panificio a fare il medesimo acquisto e cambiare panificio non era un’idea fattibile perchè se i panini non fossero stati all’altezza mi sarei sentito fregato da quell’acquisto, se lo fossero stati la mia felicità per aver scoperto un qualcosa di squisito sarebbe svanita.
In tanto avevo fantasticato così tanto su dei semplici panini che mi ero ritrovato davanti casa senza rendermene conto, con mia nonna affacciata al balcone della cucina che mi fissava chiedendosi perchè non suonassi il campanello o non aprissi con le chiavi che mi aveva dato la mattina stessa.
Accortomi di quella situazione di stallo in maniera quasi goffa prendo le chiavi di tasca e cerco di capire quale possa essere la chiave del portone principale, mi indirizzo verso quella più grande e provo ad inserirla, ma il mio intuito non era stato dei migliori. Fortunatamente il mazzo contava solamente tre chiavi e al secondo tentativo faccio bingo.

“Tesoro ho parlato con la ragazza che abita qui vicino” -ormai aveva rinunciato a qualsiasi forma di dialettalismo quando si rivolgeva a me- “e mi ha detto che mi farà sapere in questi giorni se potrà accompagnarti a scuola”
Nel frattempo la mia mente si era raffigurata questa ragazza di cui non conoscevo neanche il nome, ma che aveva già un corpo e un volto.

Era sicuramente riccia con gli occhi scuri e la pelle ambrata, la bocca larga e bassina- mi sembrava già di conoscerla.
Mia nonna intanto aveva recitato un poema che mi ero perso per l’ennesima fantasia che entrava nella mia mente. Non mi restava che fare un cenno col capo e sperare che quella ragazza che abitava pochi passi da me richiamasse per dare conferma che mi avrebbe accompagnato a scuola e mi avrebbe aiutato ad inserirmi in quella realtà così diversa.

Mi ero quasi innamorato di quella figura che ancora non avevo visto, o semplicemente mi ero invaghito dell’idea di stare bene in un posto e farmi nuove amicizie. Boston, Firenze non mi mancavano perchè quel silenzio assordante di un paesino sperduto della Sicilia era quello che serviva a un cuore frantumato ad un ragazzo che non aveva capito di essere amato.

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