Capitolo 2 e Capitolo 3

CAPITOLO II

Il sole penetrava dalla finestra. Il calore che emanava non era piacevole, non lo era mai d’estate. Sentivo caldo e cambiare il lato del cuscino ogni cinque minuti non era più la soluzione. Una zanzara continuava a ronzarmi attorno senza sosta e io cercavo di addormentarmi per non pensarci, ma al suo ronzio sussultavo.

Esasperata scesi dal letto. Avevo cercato di resistere il più allungo possibile tra le lenzuola, per cercare di sfuggire alla noia della giornata che mi sarebbe aspettata. Non erano ancora neanche le nove e il mio tentativo era stato vano.

Il campeggio estivo si era concluso da neanche una settimana e io ero ritornata in quel luogo sperduto, circondata dal nulla e senza neanche possibilità di evadere. Era la mia prigione.

I miei amici erano ancora tutti in vacanza e le mie compagne di scuola vivevano nel paese vicino. Solo quindici minuti di strada ci separavano, ma quando non hai la patente possono essere anche chilometri insormontabili. La patente, diciotto anni non vedevo l’ora!

Avevo provato ad organizzarmi con il pullman, ma l’ultimo per il ritorno era alle cinque di pomeriggio, troppo presto persino per una passeggiata in centro.

Settembre era alle porte però e questo mi consolava, sarebbe riiniziata la scuola con i suoi soliti ritmi. La prima settimana avrei pensato di aver dimenticato come si studia e poi invece piano piano tutto sarebbe tornato alla normalità con la fermata dell’autobus, le lezioni, i compiti. Sempre io con le mie abitudini che mai vorrei fossero sconvolte.

Mi stavo guardando allo specchio una macchiolina un po’ più scura sul braccio, una semplice macchia solare o uno sbaglio dell’abbronzatura. Non ero magra, non lo sono mai stata, in quello specchio vedevo un corpo nella norma, non troppo perfetto da attirare gli sguardi né troppo in carne da suscitare ugualmente le attenzioni.

Io ero nella norma.

“Vieni ad aiutarmi a stendere i panni” urla mia madre dalla cucina.

“Un attimo arrivo sto facendo una cosa importante”- non era vero.

Mia madre era una donna di altri tempi, con valori che, seppur dovrebbero essere intramontabili , erano scomparsi da tempo. Credeva nella famiglia, credeva nell’amore verso i figli, quell’amore sconfinato per la propria storia d’amore che le dava la forza di sopportare i drammi che ogni giorno le si presentavano.

Avrebbe voluto molti figli, almeno 4, diceva sempre e in realtà aveva avuto solo me.

“I figli li manda il Signore, sono una responsabilità .” – ripeteva.

Si aggrappava con tutta se stessa a quella frase, come per giustificare che non avrebbe potuto mai reggere un peso più grande di quello assegnatole. In realtà non erano semplicemente venuti.

Quando rimase incinta di me le sembrò un miracolo, per quattro anni con mio padre avevano provato ad avere figli, ma nulla. Avevano consultato degli specialisti, ma nessuno aveva saputo individuare il problema. Nel silenzio di una casa troppo grande per due sole persone mio padre e mia madre stavano incominciando ad allontanarsi. Le pressioni che giungevano dagli altri certamente non li aiutavano.

Avere un figlio non era più un atto d’amore, per la gente che li circondava, era una missione.

Mia madre riuscì a completarla in effetti e nacqui io e le cose con papà tornarono normali. Per nove mesi non vide altro che un letto, non visse che nel terrore che durante la notte io l’abbandonassi. Non successe, non successe mai fino a quando mi tenne nel suo grembo.

La paura di perdermi non l’abbandonò, una madre apprensiva e presente in tutte le fasi della mia vita. Non di meno fu la moglie perfetta, camicie stirate alla perfezione, pranzetti squisiti e per quello che una figlia può vedere tra i sorrisi di un padre, una moglie sempre desiderabile.

Ero stata fortunata.

“Allora quanto ti serve per fare questa cosa importante”

“Arrivo ma’ ”.

Quando ero piccola aiutavo molto di più in casa, ma adesso il tedio vinceva sulla voglia di fare qualsiasi cosa. Avrei passato giornate intere leggendo libri o guardando vecchi film in bianco e nero, amavo le vecchie storie.

Faceva troppo caldo anche per pensare, ma non per me e mentre raccoglievo i panni sul terrazzo insieme a mia madre la mia testa viaggiava oltre le colline che si vedevano da lontano.

Sarei scappata dalla Sicilia, sarei scappata da quel paese che mi stava tanto stretto e sarei volata lontano, magari in America, non mi sarei mai fermata.

CAPITOLO III

“Che scuola facevi a Firenze?”- si sforza di dire con un accento più italianizzato possibile.

“ Lo scientifico”

“La scuola della matematica?”

“Si nonna” – risposi, avrei voluto aggiungere che non si studiava solo matematica, ma mia nonna amava le sue certezze.

Ero arrivato in Sicilia da una settimana per ambientarmi nel paese di origine di mia madre. Il paese si trovava nell’entroterra della Sicilia circondato da un sacco di verde e posti immersi in un alone di antico.

Non avevo amato l’idea di non poter ritornare a Firenze, ma quell’aria mi piaceva molto di più di quello che avevo pensato. Mia nonna mi voleva veramente bene e mi trattava come un principe, mi rimboccava perfino le coperte, un lusso dei bambini, ma che per lei meritavo ancora e che avrei meritato per sempre.

“Nonna devo andarmi a iscrivere a scuola oggi, sai come devo fare?” – dissi alzando un po’ la voce per farmi sentire.

Non avevo ancora deciso se valesse la pena continuare il mio percorso precedente, ma poi deciso a non sconvolgere la mia vita in maniera ancora più radicale decisi di completare la “scuola della matematica”.

“ No gioia bella della nonna. Chi me lo deve dire a me” – con quell’accento finemente meridionale.

“Non ti preoccupare vedrò di prendere il pullman e andare direttamente a scuola”

“ Si ma fai attenzione e non ritardare che oggi ti voglio preparare gli arancini”

“ Nonna ma non c’è bisogno”

“Non ti preoccupare a nonna mi fa piacere” – disse in maniera irremovibile, a pranzo avrei trovato arancini.

Guardando mia nonna con il suo grembiule ormai logoro, ma inseparabile che si allontanava verso la cucina mi chiedevo come potesse essere che mia madre non aveva appreso nulla da quella donna. Non amava cucinare, non amava prestare attenzioni alle persone che la circondavano, per lei solo lavoro.

Perfino dopo la rottura con papà non aveva avuto molti uomini. Uno solo aveva ritenuto così importante da presentarmelo. Alberto si chiamava, aveva qualche anno in più di lei, alto, moro e per quello che ricordo aveva la faccia simpatica. Lo vidi solo un paio di volte e poi scomparve dalla mia vita.

“ Non voglio che pensi che io ti abbia trovato un sostituto papà” – disse dopo che le chiesi se ad Alberto sarebbe piaciuto venire alla mia partita di calcio – “ penso che sia più adeguato che tu non lo veda più”

Per quel che ne so sono ancora amanti.

Mia madre era fuggita da tutto quello in cui io ero tornato. Non riuscivo a capirla, come sempre del resto. Quel piccolo mondo era fuori dal vortice dei ritmi della città, era una perla, qualcosa che andava conservato nel cuore e non fuggito.

“ A nonna” – mi interrompe dai miei pensieri la voce della nonna dalla cucina- “ stavo pensando che la figlia del vicino di casa va alla scuola dell’italiano che è la stessa dove ti devi iscrivere tu, puoi chiedere a lei informazioni”

“Ma non la conosco”

“ E vabbè nel paese ci conosciamo tutti, ci chiamo io e ricordati a nonna che testa che non parla si chiama cucuzza”

Scoppio a ridere e la voglia di abbracciare mia nonna è più forte della personalità da duro che nell’adolescenza mi ero imposto. Mia nonna sa di olio di semi e di lavanda, mia nonna odora di casa.

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